1.Le leggi Psicostasiche del sorriso - SCRITTI INUMANI DI POETA ROLANDO PETRUS

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26 luglio 2011

 
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1.

LE LEGGI PSICOSTASICHE DEL SORRISO (SMILE THERAPY)

Riassunto

Mediante la nuovissima scienza Psicostasìa Fisiognomica è stato possibile capire perchè è difficile ridere; a seguito di ciò si potranno interpretae i fatti dela vita in un modo che rende più facile essere sani.



È da molti anni che si parla di TERAPIA DEL SORRISO, per indicare un nuovo modo di guarire le malattie.
È da molti secoli che si dice il RISO FA BUON SANGUE; oppure si dice GENTE ALLEGRA IL CIEL L’AIUTA.
Sarebbe stolto non pensare che in questi fatti non ci sia qualcosa di vero.
Tuttavia sarebbe stolto anche non pensare che questo “qualcosa di vero” è difficile da trovare, da applicare.
Altrimenti, se fosse così facile essere felici, se fosse così facile guarire dalle malattie, la società umana sarebbe meno travagliata dai problemi del vivere comune, ci sarebbe meno violenza, ma soprattutto ci sarebbero meno medici e meno ospedali.
Sappiamo, per contro, che tutti sono capaci di ridere e di essere sani e felici quando hanno una vita facile, in cui si possono ottenere le cose che si desiderano; una vita in cui tutti si amano, si stimano, si rispettano; una vita protesa verso un paradiso che ci aspetta dopo la morte, perché c’è un Dio onnipotente che ci ama!
Tutti sono capaci di ridere felici quando vivono bene, quando la vita, i figli danno tante soddisfazioni.
Quando si comanda, quando si è ricchi, quando si è belli e vincenti non si ha bisogno di insegnamenti per essere felici.
È un po’ come avviene per l’acqua: se l’essere umano vive vicino al corso di un fiume dove l’acqua scorre sempre abbondante, limpida e salubre, egli non ha alcun motivo di fare la fatica per scavare pozzi. I pozzi, infatti, l’uomo ha cominciato a scavarli quando l’acqua di superficie era diventata scarsa, sporca, malsana.
Così, riuscire a ridere diventa una necessità proprio quando non c’è alcun motivo di ridere; quando cioè ci sono motivi di sofferenza fisica e spirituale.
Ecco allora che diventa importante il “come fare” ad essere felici quando la logica, la ragione, la realtà ci impongono di essere seri, tristi, sofferenti.
A tal punto, è evidente che il primo nemico da combattere è la logica.
Bisogna dunque segnarsi su un taccuino tale sospetto: “Diffidare di ciò che è logico”.
Ciò non vuol dire protendere ad essere illogici o pazzi o assurdi; vuol dire semplicemente non fidarsi delle apparenze; vuol dire ragionare con una “iper-logica”.
Bisogna infatti conoscere le leggi profonde, razionali, indiscutibili che regolano l’essenza del sorriso, proprio per gestirle in un modo sicuro; in un modo che , se vogliamo usare un linguaggio umile e prudenziale, potremmo definire come “il modo migliore che riusciamo ad acquisire”.
Tra tali leggi che regolano l’essenza del sorriso, le seguenti leggi hanno un valore fondamentale.
La prima legge riguarda la reversibilità esistente tra la conformazione materiale del nostro corpo e la nostra psiche.
La seconda legge riguarda la relazione esistente tra l’intelligenza ed il dolore.
La terza legge riguarda lo scopo della vita; uno scopo che esiste solo se la vita è  piacevole.
La quarta legge riguarda la relazione tra sorriso ed espirazione.
La quinta legge riguarda l’alimentazione e le sue possibilità di creare superiorità.
La sesta legge riguarda la sostituzione della sessualità con le posture sessuali.
In merito alla prima legge, ci si può riferire al fatto che, quando si sorride, la bocca si deforma, fino ad acquisire una conformazione che comprenda una inclinazione all’insù delle sue estremità.
Basta guardarsi allo specchio e sorridere: si vedrà che in tale “maschera sorridente” le estremità della bocca sono rivolte verso l’alto, come le inclinazioni di una “V”.
Le estremità, però, solo le estremità; le inclinazioni che la linea della bocca possiede nelle sue parti più centrali non sono quelle che esprimono il sorriso. Il sorriso, è solo quello determinato dalle estremità della bocca.
Peraltro, guardandoci allo specchio, si può facilmente vedere che la inclinazione all’insù di tali estremità è proporzionale alla gioia che , magicamente, sentiamo.
Più facciamo assumere alla “maschera del nostro volto” un’espressione felice, più tale felicità la sentiamo pervadere il nostro animo!
Ecco il significato della citata REVERSIBILITÁ: una gioia spirituale è sempre espressa dal volto; non si può essere intimamente felici ed avere un volto che esprima sofferenza.
Se si è felici la nostra faccia diventa una faccia felice; e, se guardiamo bene una faccia felice, ci rendiamo conto che tutte le deformazioni che subisce il volto mentre aumenta  la nostra felicità sono imperniate sulle estremità della bocca.
La comune concezione che vede negli occhi il centro del sorriso non è precisa: si può infatti rilevare (sempre guardandoci allo specchio) che gli occhi acquisiscono il loro aspetto sorridente, solo perché socchiusi dal sollevamento verso l’alto delle guance, a loro volta sollevate dal sollevamento creato dalle estremità della bocca che devono acquisire la loro inclinazione all’insù (cioè secondo la inclinazione a “V”).
Come una felicità spirituale impone dunque una deformazione materiale del volto, così per la citata legge di reversibilità, una deformazione materiale del volto crea una corrispondente trasformazione dello spirito, della psiche.
Ciò significa che, indipendentemente dalla condizione in cui ci troviamo, se modificassimo la nostra bocca per fargli assumere una “maschera di gioia” ( come se fossimo dei mimi, degli attori), otterremmo una intima gioia.
Una gioia immotivata, che non deriva da alcuna ragione che non sia la semplice acquisizione da parte del nostro volto, di quelle stesse linee che un ritrattista traccerebbe se dovesse disegnare il nostro volto gioioso.
La seconda legge del sorriso, riguardante la relazione esistente tra l’intelligenza ed il dolore, trova una sua evidenza nei seguenti esempi.
Mentre vi trovate in una condizione spensierata, il vostro volto fa chiaramente trasparire la vostra “assenza mentale” la vostra condizione distratta, a cervello spento: immedesimatevi nel ruolo di un attore e guardatevi allo specchio.
In questa condizione, provate ad osservare il vostro volto, mentre sopraggiunge un impegno mentale qualsiasi. Per esempio, immaginate che qualcuno vi dica: “Per favore, vai a cercarmi nella pag. TOT di quel libro azzurro, vicino al romanzo TAT che è sul secondo ripiano della libreria del soggiorno e controlla se la parola schnörchel ha i puntini sopra la ö, e soprattutto controlla dove è posta la “h”.
Questa è una richiesta qualsiasi, alla quale tuttavia avete dovuto prestare attenzione, ovvero un minimo di impegno mentale: ebbene voi potete facilmente constatare che, più è stato grande tale impegno mentale mnemonico, più il vostro volto si è modificato ad esprimere proporzionalmente serietà, assenza di sorriso.
Similmente, potete constatare che, mentre si impegna il cervello per leggere, per capire qualcosa, mentre si è impegnati intellettualmente a fare qualsiasi cosa, si è seri proporzionalmente all’attenzione o all’intelligenza che dobbiamo impiegare a fare tale cosa.
Ciò significa evidentemente che, più si pensa nel risolvere qualsiasi problema, meno si ha possibilità di ridere.
La saggezza popolare ha da sempre sentenziato che “Il sorriso abbonda sulla bocca degli stolti”.
Oppure, ha usato il sottile sarcasmo del detto: ”Ridi, ridi, che mamma ha fatto i gnocchi!” per evidenziare la stupidità di chi è capace di ridere per cose prive di valore, come se l’acquisizione di tali cose avesse fatto superare un dolore esistenziale, oppure come se avesse comportato una fatica intellettuale per l’individuo a cui era rivolta l’espressione.
Di fatto, si ha che l’evoluzione umana è derivata dal superamento di problemi, di difficoltà esistenziali materiali e spirituali.
Difficoltà creanti implicitamente dolore fino a quando non venivano superate, allorché si creava la gioia del superamento, della vittoria.
Tale comportamento è connesso alla citata terza legge del sorriso, ovvero al fatto che ci si impegna nel superamento di problemi e sofferenze solo se esiste un traguardo di gioia da raggiungere.
Questa gioia è idealizzata nel paradiso, nella felicità dell’amore compiuto, dal consolidamento della vita, dalla creazione di obbiettivi felici da raggiungere nel futuro.
Essa ha un’immagine che viene man mano concretizzata dalle tante piccole gioie che scaturiscono da un vivere di conquista, da un vivere che, giorno dopo giorno, fornisce all’essere umano la convinzione, la speranza di superare SEMPRE le sue difficoltà esistenziali. Si vive per vincere, per accumulare vittorie, per accumulare certezze di vita futura, per conferire alla propria vita una consistenza di gioia che faccia immaginare di gioia anche il futuro che ci aspetta.
Per questo viviamo, per questo lottiamo, per questo andiamo avanti.
Sulla base di questi argomenti, si ha pertanto che “il cervello funziona”, si attiva, si sviluppa, solo se c’è una condizione di sofferenza da superare.
Il cervello si attiva, perché è solo superando la citata sofferenza che l’organismo potrà vedere una ragione che lo stimoli al mantenimento della vita.
A questo punto, risulta evidente il seguente quadro inquietante.
Si vive solo se si ride.
Se si ride si è in una condizione di stupidità.
Se si è in condizione di stupidità non ci si rende conto dei pericoli esistenziali che sussistono.
I pericoli possono far soffrire l’individuo e spegnere la sua gioia di vivere.
Evidentemente tale quadro inquietante riflette la stessa condizione dinamica dell’universo, in cui tutto si muove, tutto cambia continuamente in una successione di squilibri dalla quale le varie forme materiali esistenziali traggono il proprio “lampo” di vita con cui crearsi il paradiso.
Tra queste forme materiali esistenziali è compreso l’uomo, con il suo corpo, con il suo spirito, con le leggi che regolano la sua evoluzione verso l’eterno.
Egli non deve lasciarsi spaventare dal percorso immane che aspetta la sua evoluzione, semplicemente perché il suo “lampo” è fornito in esemplare unico.
Il mondo è questo; è un mondo che gira, ed anche se diciamo: “Fermate il mondo, voglio scendere!” nessuno ci ascolterà.
Siamo in ballo, si può solo ballare.
A questo punto, i ballerini, senza rendersene conto, avranno incurvato all’insù le estremità della loro bocca per crearsi un sorriso un po’ forzato, un po’ imbarazzato, ma sufficiente per dire accetto, subisco, mi sta bene, proviamo a vivere sempre più, proviamo a vivere meglio.
In merito alla quarta legge, è facilmente verificabile che il ciclo respiratorio della inspirazione e della espirazione è associato rispettivamente alla necessità di acquisire capacità di violenza (inclinazione di superiorità della linea della bocca nella sua zona centrale, secondo quanto stabilito dalla mia scienza Psicostasia Fisiognomica) ed alla disponibilità a subire la violenza di situazioni ambientali non pericolose (in pratica, il sorriso).
Vediamo infatti che, al verificarsi di una situazione comica che ci susciti una risata, contemporaneamente espiriamo; buttiamo fuori l’aria dai polmoni con una rapidità, o violenza, che è direttamente proporzionale all’intensità della risata che ci coinvolge.
Per contro, qualora una situazione ci creasse un improvviso spavento o allarme, contemporaneamente a ciò, inspiriamo. Il cosiddetto “trasalire” si associa ad una fase inspiratoria direttamente proporzionale all’intensità della paura improvvisamente avvertita.
Tale paura crea infatti un allarme psicologico, al quale l’individuo reagisce con i suoi mezzi di difesa facenti capo al suo apparato muscolare, il quale richiede ossigeno per estrinsecare la necessaria forza difensiva.
Una richiesta di ossigeno alla quale provvede appunto la citata fase inspiratoria.
Per contro, quando l’individuo percepisce una situazione ambientale innocua, facile, amica, estremamente rilassante, alla quale associare il suo sorriso, la sua risata, egli non ha necessità di attuare alcuno scatto difensivo; egli può conseguentemente rimanere fermo, passivo, in balìa di tale ambiente privo di qualsiasi pericolosità. Consegue da ciò che il suo organismo richiede un apporto di ossigeno minimo, cosicché  i suoi polmoni possono rimanere in una condizione “sgonfia”.
Tale condizione di “polmoni vuoti” è peraltro giustificata dal fatto che essa è quella ottimale per poter riempire al massimo i polmoni con vitale aria fresca (ossigeno) appena l’ambiente fosse successivamente percepito come pericoloso e da contrastare (inspirazione).
Ecco dunque che qualsiasi situazione umoristica o affettuosa, che induca a prospettare un futuro sicuro e felice, determina l’espirazione.
La vita si potrebbe così definire un equilibrio creato da un ciclico squilibrio tra fasi di gioia (espirazione) e di dolore (inspirazione), tra fasi di violenza subita (sorriso) e di violenza imposta agli altri (severità, cattiveria).
In merito alla quinta legge, essa pone in relazione il sorriso con l’alimentazione.
Detta relazione deriva dal fatto che si sorride quando si vede nel proprio futuro una vita che si svolge nella gioia.
La gioia è infatti possibile solo se si è vittoriosi, e si è vittoriosi se si è più forti delle avversità ambientali.
Se ne deduce che, per essere felici si deve essere anche forti. Benché si possa essere forti perché qualcuno di molto forte ci ama (al limite, Dio) e ci protegge, resta comunque valido il principio basilare che se si è forti si possono vincere le ostilità ambientali e si può conseguentemente prolungare la propria vita nel futuro.
Dicendo “forti”, non si può non considerare che si sta in piedi solo se si mangia abbastanza. Se non si mangiasse o non si bevesse, l’organismo deperirebbe nell’inedia.
Ecco pertanto la ovvietà che, per essere felici, per sorridere, bisogna anche mangiare e bere a sufficienza.
Questa ovvietà è tuttavia articolata in leggi ben complesse che sono quelle conosciute ufficialmente e quelle non conosciute dalle ufficialità scientifica.
Nella quinta legge del sorriso rientrano solo queste ultime.
Tali leggi poco conosciute sono quelle che classificano i cibi non in base alle loro calorie (una concezione tanto comune quanto assurda e scientificamente insostenibile), bensì in base alla loro complessità chimica e biochimica, ovvero in base alla loro “superiorità”, al loro livello nella scala evolutiva universale. Per usare un linguaggio più chiaro, si può dire che le strutture chimiche sono tanto più stabili quanto più sono semplici; inoltre, che più le strutture chimiche sono semplici meno sono evolute, giacché le cose evolute sono quelle più complesse, ed una cosa complessa costituisce sempre l’evoluzione di una cosa semplice.
Ne consegue che potremmo stabilire la superiorità di un alimento in un modo proporzionale alla sua deperibilità: più un cibo marcisce rapidamente, più è superiore.
Da quanto detto si potrebbe pensare che basterebbe mangiare cibi superiori per diventare superiori: ma non è così, perché la superiorità del cibo deve essere “inferiorità” rispetto alle specifiche potenzialità dell’individuo.
L’individuo, in senso universale, può infatti mangiare cose “inferiori a sé, ma non troppo inferiori”. In una misura “giusta”, come è giusta l’altezza dei gradini delle scale, i quali non devono essere né troppo bassi, né troppo alti, altrimenti perdono la loro utilità, la loro stessa funzione.
Il tutto va riferito poi al valore di pericolo esistenziale delle singole situazioni ambientali in cui si svolge la vita dell’individuo, ed in tale valore stabilire il grado di differenza tra la “superiorità” dell’individuo e la minore superiorità dell’alimento.
Al di là della complessità teorica della legge, tuttavia, sussistono possibilità di una schematizzazione delle sue componenti essenziali che offrono una pratica applicazione sulla creazione fisiologica del sorriso.
Con riferimento alla sesta legge attinente l’eliminazione della sessualità con le posture respiratorie, va innanzi tutto chiarito che cos’è la sessualità.
La sessualità è essenzialmente un surrogato di violenza fisica.
La violenza fisica è uno dei mezzi con cui viene imposto il dominio dell’individuo sull’ambiente.
Il dominio è l’essenza dell’esistenza intesa a qualsiasi livello universale.
Il fine dell’esistenza è quello di trasformare l’indissolubile coppia energia elettromagnetica (materia) – energia psichica (cognizione esistenziale) nella sola energia psichica, mediante la completa eliminazione della materia al fine della creazione della essenza Divina.
Per fare ciò, ogni elemento materiale generato dallo scoppio di Big – Bang dalla condizione ciclica di Buco Nero (consistente nella completa assenza di energia psichica) tende ad appropriarsi di altri elementi materiali con energia psichica infinitesimamente minore della propria. Ciò allo scopo di diventare sempre più superiore, aumentando la frequenza vibratoria della propria psiche, per acquisire cognizioni esistenziali sempre più vaste. Alla base di tale aggregazione c’è l’istinto a dominare, ad appropriarsi di ciò che nell’ambiente è utile all’individuo universale generico per diventare sempre più evoluto e superiore.
Riferendo tali proprietà a livello esistenziale umano, rileviamo che tale istinto a dominare è finalizzato alla creazione di “molecole” sempre più grandi, capaci di creare distanziazioni sempre più grandi tra le particelle materiali.
Con la propria evoluzione, la materia diventa sempre più leggera, sempre più complessa, con spazi racchiusi al suo interno sempre maggiori. Tali molecole sono intese sia al livello microscopico della chimica, sia al livello macroscopico delle unioni tra individui. In tale intento l’esercizio del dominio ha trovato economico percorrere la strada della rinuncia alla violenza fisica.
Usando la sola violenza fisica per appropriarsi di un altro individuo inferiore a sé, si avevano, infatti, vari svantaggi.
Il primo svantaggio è quello che la “vittima – dominabile” fuggiva e costringeva il “dominatore – carnefice” a percorrere una distanza molto maggiore di quella iniziale.
Il secondo svantaggio è quello che la “vittima – dominabile” poteva reagire alla violenza e poteva costringere il “dominatore – carnefice” a ferirla, e involontariamente ad ucciderla. Involontariamente, perché il dominatore voleva uno schiavo da usare, non un cadavere inutile.
Per contro, se invece avesse usato un altro tipo di violenza non distruttiva, avrebbe potuto sperare in un’accettazione della vittima che, a sua volta, avrebbe visto tale opportunità vantaggiosa per integrarsi essa stessa con il potenziale carnefice ammansito. Nacque così la sessualità in cui la violenza imposta assumeva la connotazione della femminilità.
Una proprietà vantaggiosa al massimo, e rimarcata dalla massima intensità di piacere consentita all’individuo.
A seguito di ciò, per formare la coppia dominatore – dominato non era più né indispensabile né preminente un’azione di conquista da parte del dominatore: era altrettanto valida un’azione attrattiva esercitata dal dominato sul dominatore, esponendo a questo delle cose che suscitavano il suo interesse: la innocuità, il sorriso, la fedeltà, la moralità, la ricchezza, eccetera.
A tal punto, si hanno dunque due individui (maschio – maschio, maschio – femmina, femmina – femmina) che ritengono conveniente, gioioso, piacevole formare una coppia, una “molecola sociale”.
Per mantenere saldo il loro legame si avvalgono della loro sessualità maschile e femminile, presente in ogni individuo, uomo o donna, per estrinsecare i propri impulsi di dominio attivo o passivo in un modo apparentemente non distruttivo.
In realtà la sessualità è una proprietà estremamente, subdolamente, distruttiva ed autodistruttiva.
Essa nasce e si estrinseca in un contesto di lotta, di rivalsa, di imposizione della propria volontà; in un contesto che si dà per scontato che galleggi sul “ti voglio bene”, ma che in realtà galleggia spesso sulla perfidia, sul tradimento, sulla vendetta.
Consegue da ciò che le “molecole sociali” create dall’amore diventano generalmente molecole precarie, fragili, fonte di dolore.
Dicendo dolore, ecco quindi che ci si riaggancia al concetto contrario della gioia, del sorriso appunto.
Un sorriso che peraltro non trova nella sessualità basi per una sua stabilizzazione, bensì solo un terreno di instabilità e di felicità precaria, perché dipende dalla aleatorietà delle esigenze del partner.
Va infatti considerato che la citata coppia di individui legati dalle forze sessuali è inserita in un contesto sociale ammaliatore, tentatore, con altre forze attrattive che possono disgregare tale coppia per proporne altre apparentemente migliori.
Esiste dunque una precarietà dell’unione che può derivare non solo dal grado più o meno grande di compatibilità dei due individui della coppia, ma che può derivare anche dalla affinità che ciascuno di tali individui può esprimere nei confronti di altri individui del contesto sociale e psicologico generale in cui sono entrambi posti.
Concettualmente, si ha dunque che la sessualità crea una coppia, cioè un fatto evolutivo in quanto generatore di gioia, che tuttavia è poco stabile, è fonte di potenziali oscillazioni gioia – dolore, cosicché l’impulso esistenziale medio è insoddisfacente.
In ultima analisi vediamo infatti che, il fine della costituzione della citata coppia, è ancora quello di creare la gioia, il sorriso.
Abbiamo inoltre visto che la creazione della coppia è stata motivata dalla necessità di esercitare un dominio in un modo vantaggioso.
L’esistenza di qualsiasi necessità implica tuttavia un’insoddisfazione, un livello di gioia insufficiente, maggiorabile; consegue da ciò che qualora l’individuo riuscisse a creare un sorriso infinito, verrebbe meno la necessità della coppia.
Un sorriso infinito che, però, implica una perdita di valore di qualsiasi cosa esterna all’individuo.
Per ottenere tale sorriso bisogna pertanto, reversibilmente, rendere prive di importanza le cose materiali popolanti l’ambiente esistenziale dell’individuo.
Ciò significa perdere ovviamente gli impulsi al dominio focalizzato su soggetti definiti, per rivolgere le proprie potenzialità evolutive verso un dominio diffuso che sfugge le materialità dell’ambiente trafiggendole, ignorando la loro consistenza solida.
Si realizza così una diffusione energetica che fa accedere l’individuo a realtà ultra – dimensionali, sintonizzate con la crescita della sua gioia in un percorso verso il divino.
Poiché la realtà materiale in cui viviamo ha un’essenza che gli deriva dalla nostra percezione sensoriale e dalla connessa interpretazione cognitiva, le potenzialità di violenza intrinseche della sessualità, da eliminarsi in quanto fattore di instabilità evolutiva, possono essere sublimate da posture dinamiche cicliche a contenuti sessuali simbolici; dette posture sono indotte da cicli respiratori scaricanti la violenza fisica in violenza delle fasi respiratorie espressa secondo le gradualità teoricamente definibili mediante i concetti precedentemente esposti.

                                                                                                                                                                          
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